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data: 12 luglio 2016

autore: Mario M. Molfino

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Brand journalism: la nuova frontiera del giornalismo corre sul web

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Brand journalism: la nuova frontiera del giornalismo corre sul web

 Una nuova grande opportunità chi lavora nella comunicazione e non vuole stare agli “Ordini”.Quando qualche anno fa Corrado Augias e altri come me, ricusammo l’ordine dei giornalisti come unico elemento discriminatorio della professionalità giornalistica, molti urlarono allo scandalo. Della serie non importa cosa scrivi e come lo scrivi, ma quello che conta è di che colore hai la tessera dell’Ordine. Giornalista pubblicista o Giornalista professionista. Verde come la speranza e rossa come il potere. Una realtà tutta italiana che nasce dalle ceneri delle antiche corporazioni fasciste, nate dall’esigenza di controllare e dominare tutto… soprattutto l’informazione.

Ma la mia esperienza di scrittore nel mondo mi conferma che in molteplici collaborazioni giornalistiche, da Nigrizia a CNN, dall’Africa all’America del sud, nessuno si è mai sognato di chiedermi una tessera. Al massimo una lettera di accredito, ma tutti sono stati ben attenti che non scrivessi cavolate senza fondamento e radici profonde nelle fonti; o vissute direttamente o seriamente verificate.

E questa è la base del giornalismo, in tutto il mondo. Una lezione che ho imparato a conoscere sul campo e ad amare, evitando sempre e da sempre i diktat da MIN.CUL.POP

E il mondo della comunicazione ha fatto blog

Ecco a voi il web. Un territorio della libertà che ho iniziato a frequentare dalla fine degli anni ’90 con maestri, amici e colleghi come Giancarlo Livraghi,  Annamaria Testa…  e tanti altri meno noti, ma altrettanto valorosi professionisti della scrittura che hanno riempito i nostri monitor di valori, notizie, informazioni… In una sola parola blogger, più o meno giovani che negli ultimi anni hanno dimostrato con la loro qualità il valore del pensiero e della sua libertà d’espressione.

Ma molti, tra i giornalisti retrogadi affezionati agli status quo legati agli antichi privilegi incartapecoriti, lamentano il pericoloso confine tra lo scrivere per una marca, per un’idea, o per un editore, quasi sempre “impuro”.

Per rispondere a questa domanda mi rifaccio agli scritti di un giovane blogger che da sempre professa il valore del BRAND JOURNALISM.

Roberto Zarriello ci racconta in fatti che: “È possibile coniugare le esigenze di lavoro dei giornalisti e l’etica giornalistica con le esigenze delle aziende di informare il  pubblico e ce lo dice in un libro tecnicamente ineccepibile e che tratta con profonda consapevolezza il Brand Journalism. Una nuova grande opportunità professionale per chi lavora nel giornalismo o semplicemente nella comunicazione”.

Con il termine Brand Journalism, traducibile in italiano con giornalismo d’impresa, si intende quel tipo di giornalismo che si occupa della comunicazione e di tutto ciò che ruota attorno ad una marca (brand) con lo scopo fondamentale di informare i lettori su tutto ciò che attiene all’identità ed alla storia dell’azienda attraverso gli strumenti e le regole proprie del professionista che opera nei mass media. Un’opportunità che immediatamente pone un problema non di poco conto: il giornalista, in considerazione delle norme deontologiche che regolano la sua attività in Italia, può occuparsi di un marchio, o meglio, può scrivere su di esso, anche in maniera continuativa, facendo parte della redazione del relativo magazine, senza incorrere al divieto di confondere il messaggio informativo con quello pubblicitario, cosi come previsto dalla Carta dei Doveri del 1993?

La risposta è sì, senza ombra di dubbio” racconta proprio Roberto Zarriello (www.robertozarriello.com), giornalista e formatore, autore del libro “Brand Journalism, edito dal Centro di Documentazione Giornalistica e dedicato a descrivere questa nuova opportunità lavorativa per i professionisti dell’informazione.

Zarriello nel suo libro spiega infatti che il brand journalist non si occupa della comunicazione di un bene di un servizio o di un marchio ma della sua storia, della sua anima e dell’elaborazione di notizie che lo riguardano. In poche parole, il giornalista non vende alcunché (al contrario di quel che si registra nel content marketing), ma comunica storie, informando i lettori ed offrendo in questo modo un servizio di pubblica utilità.

Il brand journalism, quindi, è giornalismo a tutti gli effetti, convinzione rafforzata, ad esempio, dalle parole di Thomas Scott, uno dei pionieri del giornalismo d’impresa, appartenente al team di www.brandjournalism.com: “Si tratta di un altro tipo di giornalismo, così come esiste il giornalismo politico, sportivo, ecc. Perfino i post pubblicati su Facebook che raccontano gli eventi che avvengono in un quartiere può essere giornalismo“.

Per chi volesse approfondire l’argomento e scoprire qualcosa in più su questa nuova frontiera lavorativa può approfondire richiedendo una copia del libro.

Ma per dare un ulteriore contributo da vecchio trombone, consiglierei di leggere anche le indicazioni di Philip Kotler e  Seth Godin che ci consigliano di dare spazio all’etica olistica e all’onestà di marketing che non sono in cotraddizione tra loro, nella speranza che la furbizia dei marchettari faciloni, marcati anni 8/90, lasci spazio, finalmente, all’astuzia buona dei nuovi comunicatori… a cominciare dal web. Con buona pace di tutti e tanti auguri.

 

 

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Mario M. Molfino

Mario M. Molfino

Mario Morales Molfino Coordinatore editoriale Esperto di comunicazione multimediale, Copy senior e Webwriter. Redattore di www.assodigitale.it, redattore senior e Guest in www.brandforum.it. Redattore di www.stileitalianomagazine.it - Strategy manager e Partner in ON STAGE SRL; founder e presidente emerito di Academy of the African Communication; founder di www.m-team.it, la prima esperienza europea di nomadismo digitale. Dal 1975 cavalca l’universo della comunicazione frequentandone i diversi satelliti e tentando di comprenderne ed approfondirne le nuove complessità. Dall'advertising al 2.0, ha sposato da sempre l’innovazione come cavallo di battaglia. Dal 2011 rientra in Italia, dopo un’esperienza di sette anni con le Nazioni Unite, si occupa di formazione e collabora con le più prestigiose testate del settore MAR – COM.

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