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data: 17 settembre 2014

autore: Marco Berrino

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Le ciliege e il branzino sono complementari. Appunti del DopoFestival.

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Domenica sera è finito il Festival della Comunicazione, con sommo dispiacere per gli esercenti camoglini: forse qualche centinaio di clienti in più da contendersi ha sfatato i miei miti sulla tipica ospitalità ligure. Oppure in questo angolo benedetto della nostra regione marittima la “torta di riso non è finita.”
Comunque sia, per dare credito alle nostre giustificate critiche all’evento abbiamo deciso di seguirlo in presa diretta. Vi presento qualche appunto, assolutamente personale, sui tre giorni di manifestazione.

Piccola premessa: i luoghi della storia

Non voglio perdermi in digressioni o declamare odi al “locus amaenus” camoglino; tuttavia Farinetti docet “L’Italia ha il culo di essere il paese migliore del mondo” e Camogli ne è un esempio. Complimenti perciò all’organizzazione che è stata molto discreta nel porre le location ben integrate nel borgo storico. Niente baracconi da luna park, pochi striscioni e addobbi vari, e molti turisti balneari che ci guardavano come se partecipassimo a una convention di aborigeni. Forse troppa discrezione anche nella pubblicità in TV et similia, ma visti i posti disponibili è stato meglio così.

Il centro del festival è Piazza Ido Battistone: una tensostruttura accoglie tra i 200 e i 300 spettatori ansiosi di vedere i VIPs e un manipolo di coraggiosi volontari che in 3 giorni ha cercato di non farsi prendere dal panico quando: la gente entrava dalle uscite e viceversa; avvenivano vergognose mischie per le prime file; la presenza dei posti riservati provocava malumori; anziane signore scavalcavano transenne e sgattaiolavano sotto nastri come ninja. Il tutto mentre poco distante nella piazzetta con il maxischermo giacevano tavolini e sedie libere. Volete paragonare il respirare la stessa aria di Severgnini?

Un discorso dal mercato dell’usato.

Alle 5.30 di venerdì 12 dopo esserci seduti, fatti alzare, incolonnati dietro a una transenna e ri-seduti, assistiamo Umberto Eco salire in cattedra per la sua lectio magistralis. Nulla da eccepire sull’uomo e il professore, chi meglio di lui per inaugurare il Festival? Ma, mentre porta avanti il discorso con adorabile R tonda e gentile (come le nisòle langhigiane), noto con rammarico crescente di aver già letto anni fa le identiche cose nella sua rubrica settimanale “Bustina di Minerva”.

Siccome a fare un the con bustine già usate non si ha altro che una bevanda slavata, la lectio magistralis si traduce in insieme di ben espressi luoghi comuni sulla Rete, per di più con argomenti superati. Brizzolati cinquantenni che si spacciano per giovani bionde in chat, impiegati stressati che mandano al diavolo il capoufficio per colpa di una mail equivocata e la rivelazione che un CD non durerà negli eoni come la Stele di Rosetta. Tutto nell’era di Cloud, social media e cookies: signore e signori, benvenuti nel 2002.

Narrazione e turismo, alla base c’è una pesca.

Alle 19.00 di venerdì, sulla Terrazza delle Idee Luca de Biase e Annamaria Testa ci raccontano come in Italia non sappiamo narrare il nostro territorio, e di come siamo i primi a dare un’immagine stereotipata del nostro paese. In aggiunta, alcune pubblicità (italiane) francamente imbarazzanti, descrivono l’Italia come belle ragazze, caffè e calcio; il tutto sventolando un tricolore. Per esempio questo spot della Fiat 500L in onda negli USA, a cui manca solo il mandolino per completare la caratterizzazione. Una rassegna di orrore e soldi sciupati a cui doverosamente contribuisco con la pubblicità del portale Italia.it, con cui Francesco Rutelli ha vinto il premio “Aì sphic inglisc 2000″.

In questa stessa ottica si trova lo speech di Oscar Farinetti, sullo stile dei migliori guru USA (e sulla falsariga degli speech disponibili su TED). Al di là delle simpatie personali, il ruspante imprenditore di Alba parla con semplicità presentando la ricetta per salvare l’Italia, targata Eataly ovviamente. Giusto dire che la promozione e il business del territorio partono da figure umili ma con molti contatti come casellanti (i pochi rimasti), benzinai, edicolanti. Giustissimo denunciare la mancata promozione delle bellezze, a differenza dei francesi che “riempono di cartelli d’informazioni l’ultimo castello delle balle che trovi”.

La Rete per Farinetti è un mondo di opportunità ed è indispensabile promuoversi online; chi ancora non lo ritiene tale è un “novofobo”, come il vicino di casa di suo nonno che non voleva l’elettricità perchè: “come mio padre usava il lume, così faccio io”. La pesca nel discorso è la metafora di un buon piano di business: un nocciolo di obiettivi e valori, l’esperienza che si offre è la polpa, la buccia è come la si comunica. Considerato che scegliamo le pesche ed altro per la loro buccia, è naturale che la comunicazione sia fondamentale.

Dice quasi tutte cose già sentite ma onestamente ammette:” Io non sono un genio, io copio e metto in pratica”. Piaccia o meno, credo che se avessimo un centinaio di Farinetti, o chi ha buone idee avesse un Eataly dietro, potremmo vivere in un paese migliore. (Farinetti è lo stesso entrato in lista per il sopracitato premio “Aì spic inglisc” dopo aver chiesto a un gruppetto di australiani “where you are?”)

L’unica cosa che mi perplette rispetto alle teorie da gurudelsalame è l’elegia della furbizia che lui predica e mette in atto. Ma non sempre l’astuzia e la furbizia sono la stessa cosa e le parole hanno un peso quando si diventa guru e modelli per i giovani.

La carta stampata ai tempi di Twitter

Se ogni giorno che passa il nostro mondo fa qualche passo verso una completa digitalizzazione dell’informazione e dei contenuti, per le professioni della carta stampata sono sempre più “volatili per diabetici”. Eppure mai come oggi c’è bisogno di giornalisti competenti e scrittori talentuosi. D’altronde “dopo la parentesi aperta dal telefono oggi con chat e social media si è ritornati alla dittatura della scrittura” così comincia l’intervento di Beppe Severgnini. Con un occhio a Twitter e uno ai libri (le ciliege e il branzino del titolo) lo scrittore metallizzato detta e spiega le sue 5 parole per una buona comunicazione: Sintesi, Empatia, Precisione, Passione, Elasticità. Credo che sul Web ogni web-writer o social manager di prestigio abbia di sicuro fatto sue ed espresso queste qualità.

Riguardo al giornalismo e la crisi dei gruppi editoriali il titolo dell’intervento di Carola Frediani è calzante: “Il giornalismo è morto. Viva il giornalismo (ai tempi della Rete)”. Infatti in un contesto di pubblico sempre più alla ricerca di informazioni, e subissato dalle stesse grazie a un mezzo come Twitter, il metodo e le competenze del buon giornalismo può essere vincente anche sul Web. Come nel caso di Andy Carvin, che su Twitter ha seguito lo svolgimento della primavera araba, raccogliendo tweet e verificandoli attraverso altri contatti.

Le notizie sulla Rete viaggiano infatti più veloci che sui media tradizionali e non incontrano alcuna censura: naturalmente è fondamentale un lavoro di verifica, anche se in molti casi l’informazione dal basso è più affidabile di quella tradizionale. Il caso Michael Brown, il ragazzo disarmato ucciso dalla polizia da cui è scaturita la “rivolta di Ferguson”, ne è un calzante esempio. Nata sul Web, la protesta è arrivata in TV dopo 3 giorni e gran parte del pubblico ha continuato a seguire gli eventi su Twitter.
Ai colleghi nelle redazioni, nessun monito sulla fine della carta stampata, ma un invito a stare sempre collegati ed ascoltare i propri lettori.

La cultura del ritornello. Ripetere per esistere.

Domenica a mezzogiorno parla il professor Carlo Freccero: solo per aver portato nel paese di Don Matteo Game of Thrones e Breaking Bad su rai4 meriterebbe di essere d.g. della Rai. Un genio con un brutto rapporto con il microfono. Per 5 minuti il pubblico sembra più turbato dalle urla amplificate che interessato alle sue parole, poi il volume viene abbassato e il discorso comincia a prendere forma.

A partire da Sanremo, fino ai reality e alle fiction odierni, il ritornello è l’aggancio con il pubblico. Qualsiasi programma, per quanto innovativo e “antitelevisivo” (ad esempio “Vieni via con me” e le sue liste), grazie a un tema ripetuto può conquistare audience (il fine ultimo della TV da 30 anni). Perchè la ripetizione rassicura, e qualunque cosa reiterata all’infinito finisce per essere accettata dal pubblico. Questo non solo vale per i programmi televisivi, ma è entrato in ogni aspetto del nostro pensiero.

La concezione di verità, intesa come fatto realmente avvenuto, è valida se supportata da una quantità di persone che la sostengono e se viene ripetuta a lungo. Così si può arrivare ad accettare l’economia liberista come l’unica possibile: chiunque lo metta in dubbio viene percepito come una dissonanza nel ritornello, considerato come “ideologico” e rigettato nel secolo scorso. Nonostante il pluralismo (di facciata) siamo il secolo del pensiero unico, conclude Freccero.

E in rete? Freccero non ne parla (non essendo il suo campo), e penso non sia un discorso facile. In effetti l’idea di viralità non è altro che un contenuto ripetuto dalla condivisione degli utenti: se il successo digitale dipende dal numero di condivisioni e commenti, non sarebbe errato sostenere che anche la Web-culture si basa sulla ripetizione. Tuttavia il passo al pensiero unico è meno scontato, grazie al maggior numero di emittenti, ma non impossibile. Dipende (quasi) sempre da noi. Un discorso interessante, forse il mio preferito, che può portare a molte riflessioni: ma in ogni caso, è ora di concludere.

Alla fine della Fiera

Come concludere con un commento lucido? Dai resoconti che ho scritto dovrei essere moderatamente entusiasta del trattamento riservato al digitale dal Festival della Comunicazione 2014, ma il mio moderato entusiasmo si limita agli eventi a cui ho assistito. Ce n’erano molti altri, di cui mi sono fatto un’idea approssimativa attraverso il programma e i tweet di @FestivalCom14 (davvero ben gestito), che pare abbiano criticato l’assoluta libertà in Rete, visto il numero di pericoli, disinformazione e apologie di reato (negazionismo e fascismo di ritorno) che si possono trovare. O come il caso dei blog pro-anoressia, ora punibili perfino con il carcere.

Ma ha senso ergersi a censori e passare al pettine il mare digitale? Il censore dei fenomeni in Rete è il pubblico: ciascuno di noi quando legge falsità online ha il diritto di dire: “Sono tutte caxxate”. Certo, ci sarà sempre chi la pensa in un dato modo e cercando in Rete troverà qualcuno che la pensa uguale, ma in fondo è istintivo (anche se sbagliato) vedere solo le prove a favore delle nostre idee.

Per finire, io valuto il Festival come un’esperienza positiva: il poco spazio dedicato ai comunicatori del mondo digitale è stato compensato, in parte, da chi ne ha riconosciuto il valore e ne ha parlato con giudizio e competenza. Forse non è stata un’occasione persa, anche se la strada verso “un discorso sulla comunicazione a 360°” è ancora molta. Speriamo nella prossima edizione (se ci sarà)!

 

Desidero aggiungere un pensiero personale, come responsabile editoriale di questo blog e dichiarare che l’intento degli organizzatore e dei loro sostenitori; soliti noti, non è andato in porto. La Rete non è stata massacrata o resa inutile come qualcuno sperava; soprattutto dopo aver sentito la Letio del grande vecchio Umberto Eco che ci ha spaventato con minacce di pericolosissimi rischi che denotano la sua visione da novantenne e della sua chiusura nei confronti dell’innovazione tecnologica. Anche perchè il vento non si ferma con le mani e da Anna Maria Testa a Beppe Severgnini, Anna Masera e Oscar Farinetti; l’intelligenza vince e con lei anche i valori della Rete. Con tutte le controindicazioni del caso.

Un plauso va anche a Marco Berrino (allievo prediletto) per questo bel post. Equilibrato se pur con qualche opportuno graffio.

Mario Morales Molfino

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